Democrazia: il dio che ha fallito

Riporto estratti dell’intervista del Daily Bell a Hans Hoppe, autore di Democracy: the god that failed. La traduzione è di Johnny Cloaca a cui va tutto il mio ringraziamento per l’ottimo lavoro di traduzione. I neretti sono miei per indicare le parti più importanti del discorso di Hoppe. Nel primo estratto Hoppe fa notare come dal passaggio dalla monarchia alla democrazia non ci sia stato alcun progresso, anzi.  La democrazia per Hoppe rappresenta il sistema di organizzazione più fallimentare e nel quale le libertà individuali sono state più oppresse. Hoppe, deve essere chiaro, non è monarchico ma libertario fautore di una “società della legge privata” come la definisce lui stesso.

“La forma dello Stato tradizionale e pre-moderna è quella di una monarchia (assoluta). Il movimento democratico era diretto contro i re e le classi dei nobili ereditari. La monarchia era criticata poichè incompatibile con il principio base della “uguaglianza davanti la legge”. Cresceva sul privilegio ed era ingiusta e sfruttatrice. Si supponeva che la democrazia fosse la via di fuga. In un’aperta partecipazione ed in un ingresso nel governo dello Stato uguali per tutti, gli invocatori della democrazia sostenevano che l’uguaglianza di fronte la legge sarebbe diventata la realtà e sarebbe regnata la vera libertà. Ma tutto ciò è solo un grande errore.

Vero, in democrazia ognuno può diventare re, per così dire, e non solo una cerchia privilegiata di persone. Così in una democrazia non esistono privilegi personali. Tuttavia esistono i privilegi funzionali e le funzioni privilegiate. I funzionari pubblici, se agiscono in una funzione pubblica, sono regolati e protetti dalla “legge pubblica” e pertanto occupano una posizione di privilegio rispetto alle persone che agiscono sotto la sola autorità della “legge privata”. In paritoclare ai funzionari pubblici è permesso finanziare o sovvenzionare le proprie attività attraverso le tasse. Ovvero, è permesso loro di prendere parte e vivere di quello che negli affari privati, tra i subordinati soggetti alla legge privata, è proibito e considerato “furto” e “bottino rubato”. Così il privilegio e la discriminazione legale – e la distinzione tra i governanti ed i subordinati – non scomparirà in democrazia.

Anche peggio: sotto la monarchia la distinzione tra i governanti ed i governati è chiara. Io so, per esempio, che non diventerò mai re e per questo tenderò a resistere ai tentativi del re di alzare le tasse. In democrazia la distinzione tra governanti e governati diviene sfocata. Può sorgere l’illusionee “che noi tutti ci auto-governiamo” e la resistenza contro l’incremento della tassazione è di conseguenza diminuito. Potrei finire tra i ricevitori ultimi: come un beneficiario della tassazione piuttosto che un contribuente, e così considerare la tassazione con più favore.

E per di più: come un monopolista ereditario, un re ritiene il territorio e le persone sotto il suo dominio come proprietà personale e prende parte allo sfruttamento monopolistico di questa “proprietà”. In democrazia il monopolio e lo sfruttamento monopolistico non scompaiono. Piuttosto ciò che accade è questo: invece di un re ed una nobiltà che considerano il paese come propria prorietà privata, un temporaneo ed interscambiabile custode è posto come capo monopolista del paese. Il custode non possiede il paese, ma fintanto che è in carica gli è permesso di usarlo a vantaggio suo e dei suoi protetti. Possiede il suo uso corrente – usufrutto – ma non la sua riserva di capitale. Ciò non elimina lo sfruttamento. Al contrario, rende lo sfruttamento meno calcolabile e l’importanza della riserva di capitale viene scarsamente presa in cosiderazione. Lo sfruttamento diventa sfocato e sarà promosso sistematicamente il consumo del capitale.”

Che siate d’accordo o no, quello che dice Hoppe è molto interessante. Le differenze tra monarchia e stato democratico moderno sono poche e tra le due la meno peggio è sicuramente la prima (pur non essendo Hoppe un monarchico!): nella monarchia il proprietario del territorio ha tutto l’interesse a tenere la propria proprietà in buono stato mentre un custode temporaneo ha tutto l’interesse a sfruttare tutto quello che può fino all’ultimo giorno del suo “periodo da re”. Anzi farà di tutto pur di sconfiggere i propri futuri avversari, anche distruggendo l’intero territorio e gli abitanti di questo.

Sulla difesa che lo stato dovrebbe assicurare Hoppe ci ripete i concetti tipici del libertarismo: lo Stato detiene il monopolio della violenza e della tassazione su un dato territorio.

Lo Stato non ci difende; piuttosto lo Stato ci aggredisce ed usa la nostra proprietà confiscata per difendere se stesso. La definizione standard dello Stato è questa: lo Stato è un’agenzia caratterizzata da due uniche e logicamente connesse caratteristiche. Primo, lo Stato è un’agenzia che esercita un monopolio territoriale di ultima parola su tutto. Cioè, lo Stato è l’arbitro e giudice ultimo in ogni caso di conflitto, inclusi i conflitti che coinvolgono se stesso ed i suoi agenti. Non c’è alcun appello al di sopra ed oltre lo Stato. Secondo, lo Stato è un’agenzia che esercita un monopolio territoriale della tassazione. Cioè, è un’agenzia che può unilateralmente fissare il prezzo che i suoi sottoposti devono pagare per i servizi dello Stato stesso, poichè giudice ultimo. Basandosi su questo scenario istituzionale si possono tranquillamente prevedere le conseguenze. Primo, invece di impedire e risolvere il conflitto, un monopolio sulle decisioni ultime causerà e provocherà conflitto in modo da risolverlo a proprio vantaggio. Cioè, lo Stato non riconosce e non protegge la legge esistente, ma la corrompe attraverso la legislatura. Contraddizione numero uno: lo Stato infrange la stessa legge che deve proteggere. Secondo, invece di difendere e proteggere qualcuno o qualcosa, un monopolio della tassazione si sforzerà immancabilmente di massimizzare le sue spese sulla protezione ed allo stesso tempo minimizzerà l’attuale produzione di protezione. Più denaro lo Stato può spendere e meno dovrà lavorare per questo denaro, meglio sarà per esso. Contraddizione numero due: lo Stato è un esproriatore di proprietà che invece dovrebbe difendere.”

Hoppe ha anche qualcosa da dire riguardo alla proprietà intellettuale e al copyright.

“Concordo col mio amico Kinsella che l’idea dei diritti di proprietà intellettuale non solo sia sbagliata e confusa, ma pericolosa. Ed ho già affrontato questo discorso. Le idee – le ricette, le formule, le dichiarazioni, gli argomenti, gli algoritmi, i teoremi, le melodie, i modelli, i ritmi, le immagini, ecc. – sono certamente beni (in quanto sono buone, non cattive, ricette, ecc.), ma non sono beni scarsi. Una volta pensati ed espressi, sono beni liberi ed inesauribili. Fischietto una melodia o scrivo un poema, tu ascolti quella melodia o leggi quel poema e lo riproduci o lo copi. Facendo ciò non mi hai portato via alcunchè. Posso fischiettare e scrivere come prima. Infatti l’intero mondo può copiarmi e tuttavia niente mi sarà tolto (se volessi che nessuno copiasse le mie idee dovrei mantenerle per me e mai esprimerle).

Ora si immagini che mi sia stato garantito un diritto di proprietà sulla mia melodia o sul poema in modo che io possa proibirti di copiarlo o domandare una concessione di diritto da te se lo copi. Primo: ciò non implica, assurdamente, che io, a mia volta, debba pagare dei diritti d’autore alla persona (o ai suoi eredi) che ha inventato il fischiettio e la scrittura ed inoltre a coloro che hanno inventato il suono ed il linguaggio e così via? Secondo: impedentoti di pagare o facendoti pagare per fischiettare la mia melodia o recitare il mio poema, sto praticamente facendo di te un possessore (parziale): a causa del tuo corpo fisico, delle tue corde vocali, della tua carta, della tua matita, ecc. poichè tu dovresti usare nient’altro che la tua proprietà quando copi da me. Se non puoi più copiare da me, ciò vuol dire che io, il possessore della proprietà intellettuale, ti ho espropriato della tua proprietà “reale”. Il che mostra: i diritti di proprietà intellettuale ed i diritti di proprietà reale sono incompatibili e la promozione della proprietà intellettuale deve essere vista come un pericoloso attacco all’idea della proprietà “reale” (nei beni scarsi).”

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13 risposte a Democrazia: il dio che ha fallito

  1. Tommy ha detto:

    Il problema dei libertarian è che – mentre in materia economica sono IMHO quelli che riescono a interpretare al meglio la realtà – sul piano storico-politico sono completamente privi delle basi minime e fanno discorsi che non stanno in piedi.

    Qui ad esempio Hoppe descrive una polarità monarchia/democrazia, quando chiaramente si riferisce alla contrapposizione tra Stato moderno e Stato pre-moderno, dove lo Stato moderno è appunto il Leviatano impersonale che sta sopra a tutto e a tutti.

    Ma il Leviatano non si identifica con la democrazia, visto che è nato e cresciuto sotto la monarchia, che ovviamente non può essere considerata nei termini semplicistici dell’articolo. Tutti gli Stati moderni, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia e la Germania erano monarchie e anzi, il Regno Unito è praticamente entrambe (così come recentemente la Spagna).

    Probabilmente Hoppe parla della storia dell’America, in cui il passaggio a Stato moderno autonomo è avvenuto contemporaneamente al rifiuto della monarchia e quind indentifica grossolanamente lo Stato moderno con la democrazia.

    I libertarian fanno continuamente di questi errori. Il più grosso naturalmente è ignorare che la proprietà privata così come la intendono loro e come generalmente la si intende oggi è opera di quello stesso Leviatano che loro stessi vogliono abolire.

    Se solo si limitassero a parlare di economia 🙂

  2. fabristol ha detto:

    “Il problema dei libertarian è che – mentre in materia economica sono IMHO quelli che riescono a interpretare al meglio la realtà – sul piano storico-politico sono completamente privi delle basi minime e fanno discorsi che non stanno in piedi.”

    La teoria libertaria non può limitarsi solo all’economia. Per un libertario le libertà economiche non sono disgiunte da quelle civili o di espressione. Il problema è ai libertari manca l’esperienza diretta. Le società libertarie sono state sempre marginalizzate e ne sappiamo poco. Diciamo che per uno statalista c’è l’imbarazzao della scelta in un libro di storia. 😉

    “Qui ad esempio Hoppe descrive una polarità monarchia/democrazia, quando chiaramente si riferisce alla contrapposizione tra Stato moderno e Stato pre-moderno, dove lo Stato moderno è appunto il Leviatano impersonale che sta sopra a tutto e a tutti.

    Ma il Leviatano non si identifica con la democrazia, visto che è nato e cresciuto sotto la monarchia, che ovviamente non può essere considerata nei termini semplicistici dell’articolo. Tutti gli Stati moderni, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia e la Germania erano monarchie e anzi, il Regno Unito è praticamente entrambe (così come recentemente la Spagna).”

    E’ esattamente quello che ha detto Hoppe: il Leviatano nato e cresciuto sotto la monarchia ha semplicemente cambiato custode, dal re per volontà divina al re per volontà delle minoranze organizzate.

    “I libertarian fanno continuamente di questi errori. Il più grosso naturalmente è ignorare che la proprietà privata così come la intendono loro e come generalmente la si intende oggi è opera di quello stesso Leviatano che loro stessi vogliono abolire.”

    La proprietà privata esiste da quando un gruppo di ominidi ha cominciato a delimitare il proprio territorio con le armi. Il Leviatano è arrivato alcune decien di migliaia di anni dopo e ha cercato di appropriarsi di quella proprietà.
    Ma sono un libertario… 😀

  3. Cachorro Quente ha detto:

    E’ un tema a cui ho pensato molto ultimamente, e non sono d’accordo con le teorie di Hoppe come esposte in questo post. Ti faccio solo un esempio per mancanza di tempo: ultimamente sto leggendo della colonizzazione dell’Asia. Il pattern è sempre stato più o meno lo stesso, in Cina come nel Sud Est continentale e insulare e (un po’ meno forse) in India: le potenze europee avevano lo scopo di invertire la bilancia commerciale con i paesi asiatici drenando ricchezze in vari modi (“inequal treaties” sugli scambi commerciali, indennità di guerra pretestuose, tributi sulla costruzione di infrastrutture, vendita di oppio). Le autorità locali (dalle case regnanti in giù all’aristocrazia, ai feudatari e ai capi villaggio) si rifacevano aumentando la tassazione dei contadini, in una spirale che ha portato al collasso e alla subalternità civilizzazioni che un secolo prima erano più prospere di quelle occidentali. Sarebbe potuto succedere qualcosa del genere a un paese “democratizzato”, dove cioè grazie al suffragio una quota sempre più grande di popolazione partecipava allo spartimento della torta e aveva voce in capitolo?
    Ribaltando la prospettiva, la stagione dell’imperialismo è stata vinta proprio dai paesi più “democratici” o comunque leviatanici, rispetto al fallimento (oltre che delle monarchie o aristocrazie orientali) delle potenze della penisola iberica. Questo per dire che la mia non è una difesa tanto dei valori della democrazia, quanto della sua maggiore efficienza rispetto a daltri tipi di regime, in contrapposizione alla famosa teorizzazione di Hoppe sul re che ha interesse al mantenimento dello stato nel lungo termine che secondo me non ha nessun senso (anche perchè la durata media delle dinastie non è poi così lunga. Anzi, se fossi un re metterei in conto di morire per una congiura di palazzo in giovane età e sperpererei il tesoro del regno in festini a base di droga.

  4. Tommy ha detto:

    La proprietà privata esiste da quando un gruppo di ominidi ha cominciato a delimitare il proprio territorio con le armi. Il Leviatano è arrivato alcune decien di migliaia di anni dopo e ha cercato di appropriarsi di quella proprietà.

    No, questo è storicamente falso. La proprietà privata è un fenomeno sociale e quindi si manifesta in maniera diversa in tempi e luoghi diversi.

    La proprietà privata dei terreni come la intendi tu nasce in Europa nel 700, quando nasce il capitalismo e si stabilisce che dentro un campo recintato di proprietà di qualcuno nessuno può entrare, o prenderne i frutti, o lavorarlo o farci niente.

    E quella proprietà è garantita dal Leviatano, che si preoccupa di fornire l’apparato giuridico e poliziesco per permettere di rendere effettiva quest’idea.

    I libertarian attribuiscono alle loro idee il valore di naturalità, anche quando vanno contro l’evidenza storica. Che, facci caso, è lo stesso atteggiamento della Chiesa (il matrimonio come piace a me è quello giusto, perché è quello connaturato all’uomo).

  5. fabristol ha detto:

    Per Tommy

    Quindi un ricco romano non era proprietario della propria villa e delle terre coltivate dai suoi schiavi. Avrebbe dovuto aspettare l’avvento del Leviatano settecentesco per avere la sua proprietà privata e l’impianto giuridico adatto.
    O il povero Pericle, viveva in una comune ateniese senza alcuna proprietà privata.
    La proprietà privata che intendo io è quella naturale (certo) di possedere un oggetto, sia questo un cavallo o una casa. L’impianto giuridico viene dopo, decine di migliaia di anni dopo e può essere diverso a seconda delle culture e del tempo ma è pur sempre una sovrastruttura. La stessa proprietà che permetteva di distinguere i beni di Robinson Crusoe da quelli di Venerdì, anche senza il Leviatano.

  6. fabristol ha detto:

    Per Cachorro

    l’esempio che fai invece è sulla stessa linea di Hoppe. Le colonie erano considerate come territori da sfruttare senza alcuna remora. Perché erano considerate terre di altri popoli sfruttate dagli imperi. Un po’ come quando un impero invade uno stato straniero. Comunque rimanendo ai regni europei: certo un re può fare festini a base di droga e donne ma almeno è uno solo e il danno è minimo. Nelle democrazie moderne invece ci sono migliaia di persone che si comportano da re e fanno festini a base di droghe e donne coi nostri soldi. E’ una questione quantitativa oltre che qualitativa.
    Sulle decisioni prese a lungo termine invece il re ha tutto l’interesse ad evitare gli eccessi contro la sua popolazione perché sarò in carica per altri 40 anni, non 5 anni e i suoi figli lo stesso. Ne va anche del nome della sua famiglia. Non solo ma a causa del rito delle elezioni ogni anno si perdono centinaia di milioni di euro che potrebbero essere spesi in altro modo. I governanti poi utilizzano soldi pubblici e mezzi pubblici per le campagne elettorali.

    Faccio un esempio della monarchia britannica: la regina ha dato un giorno di vacanza pagato in più ai propri sudditi per il matrimonio di suo nipote e ha permesso che tutto il merchandise venduto nelle sue proprietà fosse senza IVA. Preferisco di gran lunga il panem et circensem di questo tipo piuttosto che il carrozzone di cretini a cui abbiamo assistito in questi giorni in Italia.

  7. astrolabio ha detto:

    un paper sulle istituzioni di proprietà precedenti le società di allevatori e agricoltori, altro che 1700:

    http://international.ucla.edu/media/files/bowles_choi.pdf

  8. Cachorro Quente ha detto:

    Il mio esempio era un po’ sconclusionato quindi probabilmente non sono stato chiaro.

    Quello che voglio dire io è che la democrazia (intesa come democrazia rappresentativa costituzionale, dove a suffragio universale vengono eletti dei rappresentanti il cui operato è limitato da una costituzione; scusate se la mia terminologia è improvvisata ma spero di essermi fatto capire) è un importante strumento di tutela, anche se ben lungi dall’essere perfetto in primis; e in secundis credo abbia aumentato e non diminuito l’efficienza dell’economia e la prosperità delle popolazioni coinvolte.

    La teorizzazione di Hoppe su monarchia e repubblica (che io conosco solo da quanto letto su internet, intendiamoci) secondo me è ingenua e spuntata anche solo come provocazione, e provo a spiegare perchè.
    Tanto per cominciare,
    a) il re in questione dovrebbe fruire di tutti i vantaggi dati dalla libera espressione e diffusione delle idee che nel mondo si sono sempre accompagnati (anche se non per forza c’è un rapporto di causa ed effetto) alla democratizzazione; altrimenti sarebbe solo un uomo circondato da una corte di adulatori, non l’ideale per fare policies vantaggiose nel lungo, medio o breve termine che sia
    b) il re in questione deve comunque sottostare a una costituzione che limiti il suo potere e tuteli le minoranze, e questo è improbabile quando le masse o quanto meno la borghesia non hanno ottenuto un certo grado di potere di rappresentanza. Altrimenti magari farà prosperare il suo regno (perchè, come dice Hoppe, è una sua proprietà privata) ma lo farà a spese della popolazione con deportazioni, industrializzazioni forzate, e tutte le simpatiche che abbiamo visto nella cosa più simile a una monarchia hoppiana che si sia visto nel ventesimo (e ventunesimo) secolo: i regimi comunisti. Anche i funzionari di partito in URSS e ora in Cina si aspettano di stare al potere più di 5 anni. L’esempio cinese sembrerebbe andare a favore della critica della democrazia, ma a che prezzo?

    E questo mi porta alla base del mio ragionamento. I governanti non sono nè onniscienti, nè altruisti, e per quanto il loro interesse sia la prosperità a lungo o lunghissimo termine del territorio governato possono cappellare grandemente, assumere atteggiamenti predatori (e se non lo fanno loro, possono farlo i loro funzionari), o mettere a repentaglio l’incolumità fisica e la libertà dei loro sudditi. In tutto questo, la democrazia rappresentativa costituisce una tutela immediata (se costruisci una diga che allaga casa mia, difficile che ti rivoti) ma anche un meccanismo di fine-tuning (relativamente “fine”, insomma) perchè ogni decisione deve ricercare il consenso della maggioranza o di minoranze numericamente significative. Difficile immaginare i piani quinquennali o il Grande Passo in Avanti in un sistema in cui si voti ogni quattro o cinque anni. E non parlo solo di breve termine: il PSOE in Spagna ora, e la destra greca qualche anno fa, sono andati incontro a tracolli elettorali per scelte economiche sbagliate che hanno fatto. D’accordo, nessun politico sarà incentivato a pensare trenta o cinquant’anni in avanti, ma quanti re lo sarebbero? E poi, scusatemi, “nel lungo termine siamo tutti morti”.

  9. Johnny Cloaca ha detto:

    La cosa gustosa della democrazia e della monarchia è che entrambe negano (i modi con cui farlo non mancano certo di fantasia) vivacemente il possedimento del proprio corpo, quintessenziale espressione della proprietà privata. Ed anche a questo giro scordiamoci la libertà…

  10. fabristol ha detto:

    Per Cachorro

    Io non nego che la democrazia abbia dei meriti, soprattutto per quanto riguarda la pluralità che può dare certe garanzie. Ma credo che il messaggio che Hoppe ci voglia dire è che “there is no final revolution”, come dice Zamyatin. Nel senso che i partigiani di ogni sistema politico come i democratici pensano che di aver raggiunto il paradiso, l’ultimo stadio di un processo durato migliaia di anni, di vivere nell’unica realtà possibile e immaginabile. Quello che Hoppe ci dice è: “Hey ragazzi, guardate che le cose negative che c’erano nella monarchia esistono anche ora nella democrazia. Anzi, alcune si sono anche amplificate. Il gioco vale veramente la candela? Perdere il 70% del proprio lavoro in tasse vale la stabilità e alcune garanzie di facciata? Quando invece lo stato può prenderti tutto quello che hai in qualsiasi momento?”
    al di là della condivisione o meno del suo pensiero, credo che Hoppe faccia molto riflettere. Si può superare la democrazia. La democrazia è solo uno dei tanti sistemi, non è l’ultimo, NON deve essere l’ultimo. Si può fare di più: per esempio potremmo tentare di fondare una “società della legge privata.”

  11. Grendel ha detto:

    “La proprietà privata dei terreni come la intendi tu nasce in Europa nel 700, quando nasce il capitalismo e si stabilisce che dentro un campo recintato di proprietà di qualcuno nessuno può entrare, o prenderne i frutti, o lavorarlo o farci niente.
    E quella proprietà è garantita dal Leviatano, che si preoccupa di fornire l’apparato giuridico e poliziesco per permettere di rendere effettiva quest’idea.”

    Qualcuno non ha fatto i compiti.
    Povero John Locke…

    “Che, facci caso, è lo stesso atteggiamento della Chiesa”

    No. La “legge di natura” di cui blatera la chiesa è in realtà legge trascendentale. Siamo unpo’ lontanini dai diritti dimostrati per ragione e “common sense”.
    Povero John Locke…

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