Sull’arte di costruire piramidi

Un po’ di tempo fa trovai su internet un commento che faceva più o meno così: “Per far diminuire la disoccupazione un governo dovrebbe far costruire piramidi in mezzo al deserto e poi farle demolire, poi farle ricostruire e ridemolirle così all’infinito.”

Un gioco, una battuta, per far notare come i governi creino lavoro e occupazione dal nulla e per nulla per salvarsi la faccia e fa star tranquilli milioni di disoccupati. Sinceramente non ho mai capito perché tra i doveri di un governo ci debba essere quello di trovare lavoro ai suoi cittadini, ma lasciando perdere questa mia incomprensione di base l’assurdità dei provvedimenti governativi su questo frangente è lampante. Il lavoro non esiste? Nessun problema, troviamo qualcosa da fargli fare pagandoli con i soldi che gli abbiamo spillato dalle tasse prima.

Qualcosa di simile pensa di poterlo fare il nostro caro Obama, l’uomo della provvidenza. Non starà costruendo piramidi ma ci siamo quasi: combattere la disoccupazione costruendo infrastrutture di interesse pubblico per 450 miliardi di dollari. Un progetto multimiliardario che durerà decenni dopo i quali gli americani si troveranno con un’altra crisi finanziaria. Già perché i 450 miliardi di dollari per tenere occupati milioni di americani saranno rubati al futuro, cioè alla prossima generazione. Da dove si possano tirare fuori 450 miliardi di dollari in un periodo del genere, con un debito tenuto solo dalla bontà della Cina è un mistero. Considerato poi che per far contenti i repubblicani Obama sta pensando a tagliare le tasse per lavoratori dipendenti e compagnie.

Good luck Mr President!

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in libertarismo, minarchismo, parassitismo, tassazione=schiavitù. Contrassegna il permalink.

3 risposte a Sull’arte di costruire piramidi

  1. Corrado ha detto:

    tra 50 anni costruiranno una zigghurath per dare lavoro e recuperare il costo delle attuali piramidi. Fino a che la società come la conosciamo esploderà del tutto. 🙂

  2. lector ha detto:

    In realtà, si tratta d’un celebra paradosso formulato da John Maynard Keynes , il quale – a dire il vero – parlava di scavare buche per poi riempirle.
    Ciò che può sembrare apparentemente assurdo è però dotato d’una sua logica precisa e matematicamente rigorosa, che valse il premio Nobel per l’economia a colui che per primo la formulò.
    Prima di Keynes si pensava che bastasse produrre perché si creasse automaticamente ricchezza, in base a concezioni che, dai tempi di Smith e Ricardo, non avevano più goduto di significativi ripensamenti. Il nostro dimostrò, invece, che non sempre la domanda segue l’offerta e che, a volte, il risparmio generato dall’accumulo di ricchezza, non riesce a tradursi immediatamente in nuova domanda, sia essa rivolta a beni di consumo che d’investimento. Ecco allora determinarsi la c.d. stagnazione, come quella mondiale, che seguì il crollo di Wall Street nel 1929.
    In tali circostanze, secondo Keynes, anziché appellarsi al laissez faire, com’era costume in epoca pre-keynesiana, i governi dovrebbero per l’appunto spendere denaro pubblico, anche se in modo del tutto inutile e improduttivo, al fine di stimolare la domanda stagnante. Ciò a causa d’un meccanismo moltiplicativo degli effetti della spesa, di cui diede rigorosa dimostrazione e che comporta che la somma spesa determini l’innescarsi d’un circuito virtuoso dagli sviluppi più che proporzionali rispetto ai valori originariamente impiegati.
    Keynes, tuttavia, suggeriva un criterio di breve periodo, che i furbi politici hanno però sfruttato in maniera strutturale per drenare risorse agli stati, al di fuori dei severi controlli di pareggio ragioneristico che ispiravano le amministrazioni pre-keynesiane.
    Sotto l’egida d’un keynesianesimo solo di nome, ciò che doveva essere una misura straordinaria di supplenza a carenze momentanee del mercato è divenuta il pretesto con cui i politici attuali s’appropriano delle nostre risorse, sottraendole sistematicamente all’economia vera, l’unica in grado di produrre ricchezza e posti di lavoro produttivi, per destinarle a impieghi pubblici e para-pubblici, secondo criteri di rapina e d’autentico parassitismo della società.

  3. fabristol ha detto:

    Per Lector

    grazie mille per il tuo intervento. Deve essere che la storiella è stata poi modificata dalle buche alle piramidi ma il principio è lo stesso. 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...