“In Libano pagano meglio”

Tra le varie cene delle feste appena passate ho dovuto sorbirmi la compagnia di un militare italiano di stanza in Afghanistan che mi ha raccontato per filo e per segno la vita e il lavoro di cui va tanto fiero.

Quest’uomo ha fatto di tutto per diventare militare “perché lì mi pagano bene e ho un lavoro assicurato; me ne vado in pensione a 50 anni io!”. “Dove mi dicono di andare io vado, certo preferisco dove mi pagano meglio. In Libano per esempio pagano anche più di 185 euro al giorno. In Afghanistan mi devo accontentare di 150.”

Sui TG nazionali sentiamo sempre le solite frasi “I nostri ragazzi!”, “I nostri eroi.”, “Ragazzi con degli ideali.”, “Siamo lì per la libertà.” ecc.

Che eroe! E dimmi cosa fai per guadagnarti tutti questi soldi e il plauso della società?

“Io guido le bombe dei bombardieri col laser. Mi metto sulla torretta del blindato, punto su un obiettivo e poi la bomba segue le frequenza del mio strumento e BOOOM.”

“Ma quelli più fortunati sono quelli dell’aeronautica. Fanno solo le ronde notturne nel campo e si beccano quanto noi. Lì sarei voluto andare. Non fai un cazzo e ti becchi tutti quei soldi. E’ un investimento!”

Sulla pelle degli altri, ricevendo ordini che non puoi contestare dall’alto. Irriconoscibile dalla merda quest’uomo, puzza pure. Se torna dentro una bara gli verranno pure dati tutti gli onori ma la puzza di merda gli rimarrà sempre addosso.

Alla fine lo stato funziona così: paga profumatamente i tuoi schiavi e faranno di tutto per te. Lo sapevano bene i romani che premiavano i soldati in pensione con terre e lauti stipendi. Non è cambiato niente in 2000 anni. Troverai sempre delle merde che premeranno il grilletto del fucile senza chiedersi che cosa stanno facendo. Almeno i talebani combattono per un loro ideale e scelgono liberamente di farlo.

Per il resto, se torni avvolto da una bandiera e con l’assegno in mano della tua vedova…

Amen.

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A Cambrian explosion of governments

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La potenza di un meme

Le idee, si sa, possono cambiare il mondo. Eppure per chi come noi lavora ogni giorno per diffondere il principio di non aggressione le cose non sembrano così rivoluzionarie. Ore e ore di fronte ai libri per informarci; ore e ore di fronte al PC per informare; ore e ore su internet in discussioni senza fine; spesso le famiglie, i partner o gli amici intorno a noi non sospettano quello in cui crediamo, spesso è difficile perfino incominciare a parlarne e ci rinunciamo in partenza.

Eppure esistono storie come questa che ti riempiono il cuore. Il meme più rivoluzionario della storia moderna, quello libertario, ha potuto fare breccia sul mondo reale e ha cambiato la vita di un uomo. Spesso penso alle nostre vite come a lunghe e dritte colonne che vanno verso l’alto: a volte si spezzano, altre volte cambiano direzione in modo repentino, altre volte si incrociano con altre. Senza Ron Paul, senza Mises la colonna di Chris sarebbe continuata nel suo tragitto, avrebbe spezzato altre colonne, avrebbe perpetuato un sistema criminale.

Questo mi conforta: significa che quello che facciamo qui sul web ma anche nella nostra vita personale ha delle ripercussioni anche serie sul mondo reale. Ho “convertito” (passatemi il termine) in passato diversi blogger e anche alcuni amici nella vita reale ma ho sempre visto questa contaminazione memetica come uno sfizio intellettuale. E invece possiamo fare la differenza, anche una frase su un blog, un tweet su Twitter, una vignetta satirica ma pungente postata su Facebook, tutte queste piccole cose hanno un peso alla fine. Esiste un processo di causa-effetto. Come quelle biglie legate a dei fili che si colpiscono l’una con l’altra: ogni volta che ci trasmettiamo un meme questo passa ad altri, come la forza di quelle biglie.

Chiunque sia lì dall’altra parte dello schermo che mi legge e crede nel principio di non aggressione, prenda una tastiera e si metta a scrivere o a condividere qualcosa di libertario. Lasciate il segno in questa vita, spargete il meme più che potete e forse un giorno il mondo sarà un posto migliore.

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Il Tao è anarchico

 

If you want to be a great leader,
you must learn to follow the Tao.
Stop trying to control.
Let go of fixed plans and concepts,
and the world will govern itself.

The more prohibitions you have,
the less virtuous people will be.
The more weapons you have,
the less secure people will be.
The more subsidies you have,
the less self-reliant people will be.

Therefore the Master says:
I let go of the law,
and people become honest.
I let go of economics,
and people become prosperous.
I let go of religion,
and people become serene.
I let go of all desire for the common good,
and the good becomes common as grass.

老子 Lao Tzu (~600 BCE)

Solo da poco mi sono interessato al Taoismo e ho scoperto che è considerato da molti libertari come un antesignano dell’anarchismo individualista. Perfino Rothbard ne scrisse al riguardo definendo Lao-Tzi il primo pensatore libertario. Tra i vari temi del taoismo ci sono i concetti di wu-wei, azione senza azione, e la nozione che il mondo di autoregola e che non ha bisogno di essere controllato. Wiki inglese dedica un capitoletto all’influenza del taoismo sul libertarismo qui. Sicuramente un tema da approfondire.

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Complici del massacro

Tutti, da destra a sinistra, dal Polo Nord al Polo Sud, sono felici della rielezione di Obama. Gli unici a non festeggiare sono i libertari di tutto il mondo. Di fatto siamo l’unica forza politica e di opinione che sta ancora facendo campagna contro Obama. Il fatto stesso che chiunque in Italia o nel mondo festeggi la sua rielezione dice molto su Obama ma anche su chi festeggia. Non si capisce come per esempio esponenti del PD, del PdL, della Lega, di Sel ecc. possano accogliere la vittoria di Obama come una loro vittoria. E anzi propongano quello di Obama come un modello per il futuro del proprio partito. Significa che le loro politiche sono, appunto, identiche a quelle di Obama e identiche tra loro. O forse semplicemente incosistenti come il fumo e hanno bisogno di voti per parassitarci ancora.

E tutto torna. Siamo l’unica forza politica non socialista del pianeta e tutti gli altri sono socialisti a diversi gradi e con diversi metodi. E questo, cari amici libertari, dovrebbe farvi alzare la testa per l’orgoglio. Camminate a testa alta e siate orgogliosi della vostra diversità. Sbandieratela e… state attenti ai droni.

Dicevo, siamo gli unici a combattere contro Obama insieme a pochi altri. Una minoranza variegata e spesso senza alcun legame: da Wikileaks e Assange a Brian Manning, dai pochi oppositori di Guantanamo sparsi nel mondo ai civili pakistani e yemeniti uccisi dai droni.

Chiunque festeggi questa rielezione è complice di tutto il sangue versato in passato e di quello che verrà versato in futuro. Complici dei bombardamenti sui villaggi in Pakistan, complici dell’assassinio di civili americani, complici della reclusione di Brian Manning senza processo, complici dell’esilio di Assange, complici dell’aumento delle spese militari, della ratificazione del Patriot Act, dell’Obamacare, del corporativismo e della corruzione del governo Obama con l’industria americana ecc.

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Quando la mafia in India è il male minore

In questi giorni sto guardando una serie di documentari su BBC 2 chiamata Welcome to India che in modo spettacolare e senza mezzi termini ci fa vedere cosa significa vivere in India oggi. Le prime puntate erano incentrate sulle slum e su come molti poveri indiani cercano di sopravvivere ingegnandosi per cercare lavori anche molto umili e pericolosi per far mangiare le proprie famiglie.

Quello che mi ha colpito sicuramente di più è quanto il libero mercato riesca a far sopravvivere centinaia di milioni di persone e quanto lo stato invece li depredi di quel poco che hanno. Ci sono milioni di persone in India che vivono di lavori che sono considerati dallo stato indiano illegali. Non necessariamente violenti o pericolosi per gli altri, semplicemente non regolati, senza licenza e ovviamente non tassati. Tutti lavori che ogni indiano intervistato considera “illegali ma onesti.” La maggior parte delle volte quello che dicono è: “Io non rubo, non faccio male a nessuno, cerco solo di far mangiare i miei bambini ma se la polizia mi trova sono guai.”

Ed è questa la paura più grande nelle slum, la polizia. Le retate sono come una tempesta a ciel sereno e tutte le attività devono essere nascoste o spostate. La polizia chiede mazzette e pesta i più deboli. Quelli che non hanno soldi vengono spesso arrestati per inezie e le loro case rase al suolo perché senza permesso.

Ed è qui che entra il gioco la mafia locale. Se vivi nelle strade giuste, protette dalla mafia locale, sei al sicuro perché i boss conoscono i poliziotti e li pagano mensilmente per non disturbare la popolazione e ovviamente il business dell’organizzazione mafiosa. Mi ha fatto molta impressione l’intervista che hanno fatto al boss dove lui con molta tranquillità mostrava le strade che controllava come fosse un sindaco. Parafrasando: “Io qua proteggo queste persone dalla polizia. Non me ne importa assolutamente nulla di cosa fanno nelle loro case o botteghe, l’importante è che ci sia tranquillità e nessuno si faccia male. Non chiedo licenze, chiedo solo che mi si paghi per il lavoro di protezione che svolgo. Se non ti piace puoi andartene.”

E a giudicare dalla gente che ci rimane pare proprio che sia meglio stare dentro le zone protette dalla mafia locale. La mafia del posto provvede anche ai servizi come l’erogazione dell’acqua e della corrente per ogni casa. Tutto a pagamento ovviamente e se non paghi “sappiamo come farti cambiare idea” dice con un sorriso il baffuto signore.

Ma è questo il dilemma che tormenta gli intervistati: se chiamano la polizia rischiano di essere arrestati per non avere le licenze, pestati a sangue, rischiano di dover pagare le mazzette due volte, prima alla polizia e poi alla mafia i cui capi non verranno mai arrestati.

Qual è meglio allora tra le due mafie? Quale parassita è il male minore in India?

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Come conciliare ateismo e libertarismo

Un ottimo Penn Jillette – come sempre – che ci dice che non tutti gli atei sono socialisti come Dawkins o Sam Harris.

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The age of imperialism

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La Drosophila libertaria

Ho avuto modo di parlare con vari ricercatori ad un convegno sulla Drosophila melanogaster, il moscerino della frutta che viene usato come modello animale nella ricerca. La Drosophila è ormai un modello utilizzatissimo non solo dai genetisti e il suo utilizzo sta crescendo esponenzialmente. La Drosophila condivide con l’uomo più del 70% del genoma e più del 50% delle malattie sono comuni tra le due specie. La facilità con cui si riproduce e viene modificata geneticamente nonché il costo ridotto la rendono uno dei modelli animali più in crescita della ricerca biomedica.

Quello che mi ha sorpreso di più parlando con questi ricercatori era la totale libertà dell’uso della Drosophila nella loro ricerca. Mi spiego: per chi come me viene da un background di mammifero (mi riferisco al modello animale utilizzato negli esperimenti!) la ricerca su Drosophila sembra quasi il paradiso libertario della ricerca. Sui roditori e sul loro materiale cellulare e genetico esistono tantissime regolamentazioni su trasporto, utilizzo o scambio, soprattutto quando si tratta di materiale transgenico. Un ricercatore non può prendere un topo transgenico (non può neppure prendersi un topo wild type) e portarselo a casa né può spedirlo ad un laboratorio dall’altra parte del mondo. Denunciato, forse arrestato in certi paesi e il suo laboratorio chiuso col lucchetto.

Con Drosophila invece i ricercatori si scambiano, come fossero figurine, le linee più rare o quelle più utili per la loro ricerca anche quando si tratta di linee transgeniche. Se le spediscono o se le portano nel bagaglio d’aereo. Alla conferenza la gente appendeva foglietti e messaggi per cercare o scambiare linee.

In questo modo la ricerca in Drosophila sta crescendo esponenzialmente perché la comunità è molto coesa e c’è possibilità di scambiare linee e conoscenza facilmente.

Tutto questo però non basta a giustificare il titolo di questo post e la sua presenza in questo sito. Infatti quello che differenzia la ricerca su Drosophila rispetto a quella su topo è che le sue linee transgeniche non vengono brevettate massicciamente tanto quanto quelle murine. Ci sono varie ragioni per questo: il modello murino è quello storicamente più usato per la vicinanza all’uomo e il costo per l’ottenimento di un mutante con potenzialità commerciali è tale che le compagnie farmaceutiche vogliono essere sicure che il tornaconto arrivi sotto forma di protezione legale. Non solo ma le varie agenzie del farmaco mondiali statali richiedono l’uso di mammiferi prima della sperimentazione sull’uomo. Significa che le compagnie farmaceutiche si focalizzano unicamente sui roditori lasciando perdere gli invertebrati.

Negli anni certi dipartimenti universitari e di compagnie farmaceutiche si sono specializzati nella brevettazione di linee transgeniche murine e ormai non è raro incontrare avvocati e dipendenti di studi legali in queste strutture a fianco dei ricercatori in camice bianco. Insomma, le modifiche genetiche sono diventate un business protetto dal brevetto. Nonostante qualsiasi laboratorio possa in teoria riprodurre lo stesso mutante, la legge lo vieta in un modo o nell’altro e si rischiano denunce e chiusure di laboratori. Ed è raro se non impossibile andare ad una conferenza di neuroscienze e trovare foglietti e poster che chiedono di scambiare linee mutanti di topi così come si fa con le Drosophile.

I topi transgenici sono costosi (e chi li usa sa cosa intendo) non solo per il fatto che sono difficili da ottenere e da accoppiare ma anche per il fatto che il mercato è bloccato a causa dei brevetti. Come con i farmaci il brevetto assicura un monopolio e la competizione è scarsa e i prezzi levitano di conseguenza.

In un certo senso quindi il fatto che la ricerca su Drosophila non sia regolamentata, la piccola e coesa comunità di ricercatori, l’uso marginale di Drosophila nelle compagnie farmaceutiche e quindi l’utilizzo dei brevetti sia scarso rendono la ricerca su Drosophila più libera, più dinamica e innovatrice rispetto a quella murina che ancora dipende dai vecchi sistemi di protezione statale.

Viva il moscerino libertario allora!

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I dipendenti pubblici non pagano le tasse, per definizione

Sto leggendo Democrazia il dio che ha fallito di Hoppe con molta calma perché è un saggio che deve essere letto e assorbito pagina dopo pagina. I concetti presenti sono così rivoluzionari -primo fra tutti l’opinione controintuitiva che la democrazia è il peggior sistema di governo su lungo termine- che bisogna digerirli lentamente.

L’ultimo che mi ha fatto strabuzzare gli occhi riguarda i dipendenti pubblici. Secondo Hoppe i dipendenti pubblici non sono tax-payers, contribuenti, ma tax-consumers, ovvero consumatori delle tasse, anche quando le pagano. Una cosa a cui non avevo mai pensato in questi termini.

Per spiegare questo concetto che può apparire assurdo ho pensato a questo esempio. Ammettiamo che il denaro derivato dal bene prodotto da un lavoratore sia A e che B sia il denaro estorto dal governo. A e B sono ovviamente molto diversi, il primo è denaro che deriva dalla produzione di un bene (sia esso materiale o un servizio) mentre B è denaro preso ai lavoratori attraverso la tassazione.

Ora il dipendente pubblico viene retribuito dallo Stato con B, non con A. Le tasse che il dipendente pubblico paga, B, non sono altro che una tassa su una tassa, cioè una frazione di B. Come dice Hoppe:

Presumably, they have paid no taxes but lived instead on taxes paid by others. Hence, they [civil servants] cannot claim any ownership share in public property. Likewise, all government officials and civil servants must be excluded from receiving ownership shares in public property, for their net (after tax) salary has been paid out of taxes paid by others. Just like welfare recipients, civil servants have not been tax-payers but tax-consumers.
Hence, they too have no claim to communal property.”

Un concetto già espresso da Rothbard in Power and market:

“What would happen if all taxes were abolished? Would this imply for instance that everyone’s income would increase from net (after tax) income to gross (before tax)? the answer is “no”. […] As Rothbard explains: “If a bureaucrat receives a salary of $ 5000 a year and pays $ 1000 in taxes to the government, it is quite obvious that he is simply receiving a salary of $ 4000 and pays no taxes at all. The heads of government have simply chosen a complex and misleading accounting device to make it appear that he pays taxes in the same way as any other men making the same income.”

“Che cosa succederebbe se tutte le tasse fossero abolite? Questo significherebbe che per esempio il salario di tutti aumenterebbe da netto a lordo? La risposta è “no”. Come Rothbard spiega: Se un burocrate riceve $ 5000 all’anno e paga $1000 di tasse al governo, è abbastanza ovvio che sta semplicemente ricevendo uno stipendio di $ 4000 e non paga alcuna tassa. I governanti hanno semplicemente scelto un sistema complesso e fuorviante per far sembrare che lui paghi le tasse allo stesso modo di qualsiasi uomo con lo stesso salario.”

Quindi cosa succederebbe ai dipendenti pubblici se le tasse fossero abolite? Al contrario di tutti gli altri i loro salari diventerebbero “zero” e questo spiega in modo semplice che non pagano alcuna tassa. Sembra una cosa stupida da dire ma pensate a quante volte i nostri politici o i dipendenti pubblici si lamentano del fatto che pagano le tasse come tutti gli altri?

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